World Cafè a Sedilo il 4 dicembre 2014

World Cafè a Sedilo il 4 dicembre 2014

Dalla collaborazione tra l’Associazione Ainoke, Fabio Parascandolo e il Centro Natura Sedilo è nata l’iniziativa di un World Cafè.

 Quali iniziative tanto del settore pubblico che di quello privato sarebbero necessarie per utilizzare le risorse economiche locali all’interno del territorio e in modo sostenibile?

 Quali misure prendere in ambito pubblico e privato per favorire la sovranità alimentare dei Sardi in Sardegna?

 Come promuovere forme di uso virtuoso nel pubblico e nel privato dei beni comuni naturali (aria e acqua pulita, suolo pulito e fertile, semi, biodiversità, cibo)?

Quali sono le misure che ciascuno di noi può intraprendere per avviare un processo di transizione da un modello sociale basato sulla concorrenza ad uno basato sulla collaborazione?

La discussione avviata a Sedilo propone di ripartire dalle risorse più vicine,  indagare sui meccanismi che mettono in campo forze propositive per una realtà da rinnovare, recuperare, costruire .

L’azione è di due tipi: pubblica e privata.

Il settore pubblico, sempre meno presente e sempre più distante, è chiamato alla responsabilità di ottenere per il proprio territorio normative che siano di sostegno all’economie locali con incentivi formativi, informativi e fiscali adeguati al progetto di valorizzazione delle risorse per un “economia circolare”. La messa a fuoco è sul meccanismo di partecipazione alla vita politica dei cittadini che con le loro competenze sul territorio e la conoscenza di tutte le sfaccettature del lavoro possono, coordinandosi, apportare contributi, in termini di efficienza e concretezza, al compito dell’ amministrazione.

Il Privato  dal canto suo, pur essendo continuamente vessato e ostacolato, in quanto comunità, potrebbe sempre essere una forza determinante che può influenzare le normative e i rappresentanti politici.

Per accelerare il cambiamento sociale, il movimento dal basso deve esprimersi con tutte le sue pratiche di buon vivere: GAS, banca del tempo, mercatini di scambio, riutilizzo e autoproduzioni,  orti urbani, cooperative verdi, condivisione scientifica, home sharing . Questi sono solo alcuni degli esempi di quello che il movimento dal basso riesce a creare per dare vita ad un economia flessibile e possibile.

Altro aspetto, non di minore importanza, è quello che riguarda l’ informazione che troppo spesso è: scarsa, inadeguata, poco corretta e per niente approfondita.

Allo studio del territorio e delle sue potenzialità da valorizzare si affianca la necessità di uno studio delle normative:

– è auspicabile un gruppo di lavoro, uno studio, sulle normative per cercare l’interpretazione più adatta alle esigenze del nostro territorio,

– allo stesso modo ci si aspetta uno studio e una corretta divulgazione e sensibilizzazione sulle tematiche agroalimentari; all’insegna del riconoscimento del buon prodotto e  della salvaguardia di competenze che sono sempre più dimenticate perché ritenute ormai “sorpassate” o non portatrici di un immediato benessere economico.

–  occorre entrare nei meccanismi  dell’open source  come avanguardia di un nuovo modo di concepire il mercato e il lavoro.

– è compito sia delle amministrazioni che dei privati cittadini impegnarsi per il rafforzamento dei legami comunitari, soprattutto tramite la valorizzazione di pratiche, risorse e bellezze locali, nonché della qualità della vita.

Il rafforzamento della comunità, non deve significare una chiusura o una conferma dello stereotipo di sardi:  “pocos, locos e malunidos”,  ma il consolidamento del carattere, delle peculiarità del luogo e della valorizzazione delle risorse; questo diventa un esempio virtuoso che per emulazione e contagio  si diffonde in zone sempre più ampie e diventa anche un ottimo punto di partenza per l’avvio di un sistema reticolare che promuova la collaborazione  tra le diverse comunità, nella prospettiva più ampia di uno sviluppo possibile diffuso e sostenibile.

Resoconti dei singoli tavoli di lavoro

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Nei vari interventi delle persone che si sono sedute intorno a questo tavolo è emerso chiaramente, in risposta alla domanda, il principio di utilizzo intelligente, efficiente e sostenibile del territorio. Si è detto che questo può essere realizzabile solo conoscendo a fondo i territori; non consumandoli inutilmente, studiando e studiandoli, per conoscere nel particolare le risorse-ricchezze presenti, usando modelli diversi in base alle diverse esigenze che vi si riscontrano, che sono poi le esigenze di chi questi luoghi li abita.

É centrale, prima di tutto, il ruolo di ogni singolo cittadino/a, che dovrebbe essere responsabile in prima persona del proprio territorio; quindi il ruolo delle comunità e delle amministrazioni, delle aziende, delle cooperative, e via dicendo.
Bisogna ascoltare i territori! Ognuno/a deve fare le cose più giuste per il territorio!
Il singolo individuo dovrebbe divulgare e condividere, con il resto della comunità e/o con l’amministrazione, le proprie conoscenze e competenze riguardanti il territorio; ad esempio la conoscenza dei sentieri,bdei beni archeologici presenti o di determinate specie di flora e/o fauna, ecc. ricordandosi però che bisogna avere rispetto “delle cose per come sono” e non vederle solo come possibili fonti di profitto.

I Singoli individui e le varie realtà associative, lavorative e produttive presenti sul territorio e che sono già sensibili al discorso della sostenibilità devono organizzarsi e fare rete, devono collaborare, condividere il proprio know how con il settore pubblico, questo va realizzato per mezzo di alleanze chiare e facendo in modo che il privato non rimanga subordinato al pubblico ma che quest’ultimo, anzi, faccia da catalizzatore nella collaborazione tra i soggetti sopra elencati.
Le amministrazioni devono dare esempi virtuosi ai cittadini!

Cito alcuni aspetti negativi che frenano o possono frenare l’utilizzo delle risorse locali:
– C’è troppo privato e troppo poco pubblico (es. nella gestione dell’acqua) (aggiungo io che questa situazione prolungandosi nel tempo genera perdita di competenze importantissime, p.es. Stanno sparendo i “fontanieri” formatisi in ambito esclusivamente pubblico).
– Difficoltà di accedere ai bandi.
– L’assistenza del pubblico in alcuni settori, come ad esempio l’allevamento, spesso diventa un freno.
– Difficoltà nel proporre nuove forme di turismo (es. turismo sostenibile)
– Costo eccessivo e, in alcuni casi, proibitivo dei trasporti.
Le iniziative proposte Sono:
Fare attività di sensibilizzazione, formazione e informazione.
– Occuparsi dei suoli non coltivati e gestire in modo appropriato boschi e biomasse.
– Costituire dei gruppi di cittadini per l’uso del suolo demaniale finalizzato al raggiungimento di una maggiore autonomia alimentare.
– Utilizzo delle energie rinnovabili in maniera sostenibile.
– “Narrare i territori” (ovvero dare spazio alle autorappresentazioni della storia dei territorio locali, dei loro abitanti, della loro cultura); è stato fatto l’esempio delle sette città della terra cruda.
– Sostenere idee buone e/o innovative con una sorta di azionariato popolare,quindi un utilizzo solidale delle risorse monetarie presenti in un dato territorio, diverso da un investimento effettuato meramente per ricavarne poi degli utili.
– Creazione di un fondo emergenze popolare solidale.
– Utilizzo nelle mense scolastiche di prodotti biologici locali.

Alessia Murtas

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Biodiversità 

E’ stato subito evidenziato il problema dell’accesso ai semi insieme all’importanza di conservare i semi per preservare la biodiversità e la tradizione agricola, nonché l’indipendenza dai grandi monopolisti agroalimentari.

Da qui la necessità di puntare sulla formazione per alimentare la conoscenza delle piante e dei semi “autoctoni” o comunque tradizionali e per preservare le cultivar locali, per esempio attraverso

corsi per produrre dei semenzai o banche dei semi.

A tal proposito è stata suggerita l’opportunità di una proposta di legge proprio per salvaguardare i semi a rischio di estinzione.

Autonomia alimentare 

E’ stata fatta la considerazione che a livello mondiale sono i contadini che stanno salvaguardando la sovranità alimentare (nonché la biodiversità).

Occorre pertanto rafforzare la produzione locale per uscire da un sistema alimentare che oggi vede le importazioni sarde superare enormemente quanto riusciamo a produrre nella nostra terra, sia per quanto riguarda il settore agricolo che quello zootecnica

E’ emersa l’importanza dell’agricoltura familiare, fortemente penalizzata da un sistema che è finalizzato alla grande produzione. Occorre pertanto trovare delle soluzioni per valorizzare e facilitare l’accesso alla piccola produzione, all’economia a km0 …

Le strategie individuate hanno diverse dimensioni: quella politica, quella dell’iniziativa privata e quella a carattere culturale.

A livello politico si è discusso della necessità di creare agevolazioni fiscali per favorire la piccola produzione ma evitando finanziamenti improduttivi. Un esempio positivo il finanziamento di 20 mila euro per la produzione di leguminose del comune di Sardara.

Si è indicato nei fondi del FEASR (Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale) uno strumento da utilizzare, insieme al dialogo con i GAL.

Un’altra proposta ha riguardato i privati possessori di terreni improduttivi e l’opportunità di modi per favorire una cessione – anche in gestione – dei terreni a chi sia disposto a lavorarli.

Formazione e cultura

Le iniziative pubbliche però sarebbero vane senza una corretta diffusione dell’informazione e della formazione finalizzata a promuovere una cultura agroalimentare che insegni a riconoscere un buon prodotto e salvaguardi le importanti competenze che rischiamo di perdere.

Su questo aspetto anche la scuola dovrebbe svolgere una funzione importante a cui purtroppo sta abdicando. Spesso gli stessi educatori presentano una formazione inadatta.

Importante anche uno scambio migliore tra i produttori sardi, di aggregazione e di promozione del territorio in modo congiunto.

Occorre utilizzare i vari canali di comunicazione di diffusione per diffondere una corretta cultura alimentare, festival, fiere, mostre, video, brochure, eventi culturali, che promuovono il territorio, iniziative educative rivolte alle scuole e tante altre …

Si è sottolineato il ruolo dei Gruppi di Acquisto in Sardegna come sostenitori di un sistema economico positivo.

E’ stato proposto un protocollo per le mense scolastiche e nello stesso tempo il problema rappresentato dalle normative che costringono ad iscrivere le aziende che vogliono servire le mense ad un registro nazionale.

Le normative

Molto sentito il problema delle norme nazionali ed europee che vanno a svantaggio dell’auto-produzione e della produzione familiare, costringendo spesso ad operare in condizioni di clandestinità.

C’è una eccessiva standardizzazione delle normative che non tengono conto delle peculiarità locali e che non sono adatte alla realtà sarda.

Le interpretazioni delle norme spesso vengono avvertite come troppo rigide e a questo proposito è stato proposto un gruppo di lavoro che analizzi le normative e cerchi di trovare un interpretazione più adatta alle esigenze del nostro territorio.

Nel contempo è stato proposto un Gruppo di Lavoro che si occupi della sensibilizzazione sulle tematiche agroalimentari.

E’ stata sottolineata l’importanza di difendere il territorio da decisioni speculative che sacrificano ampie aree eccessive di suolo a produzioni come le biomasse ed è stato quindi posto l’accento sul ruolo del PAES (movimento europeo che vede coinvolte le autorità locali e regionali impegnate ad aumentare l’efficienza energetica e l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili nei loro territori.)

Autoproduzione e Orti Urbani

E’ emersa l’importanza del ruolo del consumatore, un ruolo che va rafforzato anche attraverso opere di sensibilizzazione e di informazione. Da questo punto di vista le pratiche di autoproduzione sono molto importanti perché un consumatore che sia anche co-produttore ha una maggiore consapevolezza del tipo di prodotto che consuma.

Interessante l’esperienza degli orti urbani: mettere a disposizione gli spazi comunali – lotti da 50 mq – a cittadini che intendono coltivarli per le proprie esigenze familiari oppure per cimentarsi con la produzione agricola. In questo modo gli orti urbani consentono ad una persona di verificare le proprie capacità e di potersi attrezzare per una esperienza lavorativa. In questo modo gli Orti Urbani possono anche configurarsi come incubatori di start-up.

L’idea poi di mettere in comune dei capannoni per gli attrezzi da utilizzare in comune facilita l’incontro e la collaborazione tra gli individui coinvolti in questa esperienza – un modo per fare comunità.

Damiano Sanna

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[showhide type=”benicomuni” more_text=”Come promuovere forme di uso virtuoso nel pubblico e nel privato dei beni comuni naturali (aria e acqua pulita, suolo pulito e fertile, semi, biodiversità, cibo)” less_text=”Come promuovere forme di uso virtuoso nel pubblico e nel privato dei beni comuni naturali (aria e acqua pulita, suolo pulito e fertile, semi, biodiversità, cibo)”]

Due sono i possibili piani di lavoro

1. Settore pubblico:

Una tesi affermata e ampiamente condivisa è che il settore pubblico debba vigilare sulla trasparenza dei propri atti e promuovere la partecipazione dei cittadini.

Inoltre gli amministratori devono garantire la salubrità dell’ aria, dell’acqua, del suolo (e in questo hanno bisogno sicuramente di una adeguata pressione dei privati cittadini, p.es. con la costruzione di domanda di prodotti locali e biologici).

Tutto questo si deve tradurre in una programmazione pubblica coerente che si articoli in:

promozione di processi partecipativi

-promozione di un’ “economia circolare”

-utilizzo di acqua di rete potabile e per usi pubblici

-cura di istruzione, comunicazione, scuola.

-gestione foreste mediante iniziative di controllo collettivo dei demani civici

Uno dei compiti più importanti dell’Amministrazione è quello di fare adeguata, sensibilizzazione e informazione in termini di sostenibilità e rispetto del territorio. P.es. essa può dedicarsi ad incentivare le coltivazioni di leguminose sarde nei territori locali per il recupero della fertilità. Abbiamo bisogno di piani regionali per la sostenibilità.

2. Settore privato:

– Regionalizziamo la provenienza del cibo andando a cercare produttori per gli approvvigionamenti locali
– Incentiviamo la formazione di orti urbani e sociali

Serve un approccio storico-filosofico sui beni che non sono merci mediante la riabilitazione del valore d’uso in ordine alla SODDISFAZIONE DEI BISOGNI PRIMARI

Problema di fondo: c’è un blocco normativo: le leggi spesso impediscono percorsi di sostenibilità. La politica “ci toglie la sostenibilità da sotto ai piedi”, e le buone pratiche vengono impedite.

Vi sono casi significativi da segnalare. Importante è p.es. il caso di ribellione di alcuni sindaci della Gallura al decreto “Sblocca Italia”, in quanto esso da’ facoltà di imporre dall’alto trasformazioni indesiderate dei territori. Per quanto riguarda i piccoli agricoltori, è stato notato che la situazione è la seguente: «operiamo tutti nell’illecito». Viene pertanto citato come modello da seguire quello di Genuino clandestino. Un’altra tesi è che per conformarsi alle vigenti normative si rischia di perdere “l’abilita’ del fatto in casa”.

Fabio Parascandolo

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[showhide type=”collaborazione” more_text=”Quali sono le misure che ciascuno di noi può intraprendere per avviare un processo di transizione da un modello sociale basato sulla concorrenza ad uno basato sulla collaborazione?” less_text=”Quali sono le misure che ciascuno di noi può intraprendere per avviare un processo di transizione da un modello sociale basato sulla concorrenza ad uno basato sulla collaborazione?”]

La prima considerazione è stata relativa alle difficoltà dello svantaggio lavorativo (esempio: l’azienda agricola che si insedia sotto l’ inceneritore).
Di contro si presenta il “Caso di Seneghe” che ci mette di fronte ad un panorama virtuoso fatto di cooperazione. In questo piccolo paese, è presente una cooperativa olearia e un frantoio che si impegna in un lavoro di qualità, sono presenti degli usi civici efficaci soprattutto per il legnatico, regolamentati e controllati da una giuria popolare che serenamente vigila su frodi e prevaricazioni. Ancora a Seneghe si svolge il progetto di Archeologia dei paesaggi che mette in collaborazione quattro comuni e l’ università di Sassari.

Prende così forma l’ idea che quando il settore pubblico diventa stimolante nelle cooperazione questa si avvia e il lavoro cresce.

La concorrenza è figlia di un sistema economico che impoverendoci ci mette gli uni contro gli altri mentre l’informazione scarsa è stagnante non favorisce il collegamento tra attività.

Emerge che la scelta dell’ attività svolta, etica e solidale, diventa garanzia di un sistema di collaborazioni
L’acquisto di prodotti direttamente dal produttore instaura un rapporto diretto di trasmissione di interessi, saperi, esigenze, che a loro volta vengono poi diffusi nell’ambiente circostante interscambiando conoscenze ed idee.

La cooperazione è un utile reciproco.

Gas, banca del tempo, mercatini di scambio, s’aggiudu torrau, solidarietà locale, home sharing e condivisione scientifica sono esempi di come ciò possa avvenite ma manca l’informazione, manca la fiducia e la Paura sembra essere alla base di tutto.

Il coraggio delle autoproduzioni, d’altra parte, è alla base della decrescita che con il tempo lento informa e fa conoscere il mondo della rete e l’importanza dello scambio.
E ci agganciamo qui all’open source come sistema di altissima tecnologia che ha oggi un valore di mercato (e di cui occorre studiarne i meccanismi).

La sintesi è: le collaborazioni nascono da bisogni e il modello del SUC (modello di mercato, luogo deputato allo scambio delle merci nei paesi di lingua araba) ci dimostra che concorrenza e cooperazione possono convivere e operare in sinergia). Ma ci si chiede se per accelerare i tempi dei processi di trasformazione della società in questo senso gli indirizzi politico-amministrativi possano essere determinanti o non si può che lasciar fare al movimento dal basso che condizionando le scelte politiche spinge verso un riconoscimento dei sistemi collaborativi

Anche un piccolo gruppo per emulazione si espande creando grande visibilità: la valorizzazione delle risorse e delle personalità, la bellezza, la qualità della vita creano comunità. Rafforzati i legami comunitari, la cooperazione pian piano per gradi si estende. Questo è il compito delle amministrazioni ma anche dei singoli privati che creano in tal modo un sistema che non può che tendere ad allargarsi.

Per quanto mi riguarda il senso di tutta la discussione verte sulla difficoltà che vengono esperite quando la ristrettezza economica e culturale rendono difficili le forme di cooperazione che possono invece darsi per scontate in ambiente favorevole. E questo ambiente favorevole non può che essere preparato da uno sforzo di scelte spazio-tempo intese come luoghi e momenti comunitari concreti, ampii e accurati, di qualità, ottenuta anche anche “con piccoli gesti.”

Elena Ranaldo

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